mercoledì 1 aprile 2015

OPERA DI FIRENZE: APPLAUSI ALLA PRIMA DELLA «TRAVIATA», OVAZIONE PER MEHTA

FIRENZE – Bella prova dell’Orchestra e del coro del Maggio Musicale sotto la direzione di uno Zubin Mehta in forma smagliante, cui il pubblico ha giustamente tributato, a fine spettacolo, un’ovazione entusiasta. Questa la sintesi della «prima» de «La traviata» di Verdi con la regia di Henning Brockhaus, andata in scena ieri sera 1 aprile all’Opera di Firenze.

Applauditissima anche Eva Mei nel ruolo di Violetta Valery, che forse non è quello che le è più congeniale, ma che ha nel complesso retto egregiamente: se nelle prime scene non è parsa al meglio della forma vocale, poi è entrata nella parte ed ha offerto un’ottima prova di recitazione (essenziale per il personaggio di Violetta), cantando benissimo il terzo atto; commovente in special modo l’«Addio del passato bei sogni ridenti», eseguito per intero (tutto il libretto è senza tagli). Ivan Magrì (Alfredo) con gli applausi si è preso anche qualche “buu”: è più severo del solito, ultimamente, il pubblico del Maggio; si sono sentiti spesso applaudire tenori ben peggiori e lui, forse, deve solo finire di formarsi e assestare la voce, ma privo di mezzi non pare. Buone anche la Flora della bella Anastasia Boldyreva e l’Annina di Simona di Capua.

«La-Traviata» nell'allestimento di Brockhauss in scena all'Opera di Firenze (foto di Simone Donati -Terraproject-Contrasto)

L’eleganza della direzione di Zubin Mehta bilancia felicemente alcune ineleganze cui il regista costringe sul palco gli interpreti. Henning Brockhauss va infatti volutamente nella direzione opposta a quella dei registi che “angelicano” troppo il personaggio di Violetta, ma esagera sul versante opposto, trasformando i saloni di Violetta e Flora in autentici bordelli. In realtà le “lorettes” (così si chiamavano a metà Ottocento le prostitute di altissimo bordo, brillanti conversatrici ed ottime ballerine, dotate di un certo stile) cercavano di imitare in parte l’atmosfera dei salotti delle dame; una buona dose di lascivia ci sta, ma qui la si introduce anche dove non ce ne sarebbe affatto (ad esempio nei colloqui tra Violetta e Alfredo nel secondo atto: non ha molto senso che le chieda di tornare con lui tenendo sottobraccio due donnine molto discinte né che le palpi il posteriore mentre lei lo implora di evitare il duello col barone).

Malgrado debordi su questo fronte, ci si sente comunque una regia non certo da dilettanti. L’allestimento riprende quello della Fondazione Pergolesi Spontini già testato, oltre che a Jesi, in altri teatri anche esteri, perfino a Melbourne, e che a sua volta è un adattamento dello spettacolo ideato dal regista nel lontano 1992 per lo Sferisterio di Macerata, dove è stato riproposto nell’estate del 2014. Una regia collaudata e ben nota agli esperti di lirica, dunque, che non è male si faccia conoscere anche al pubblico fiorentino, sia pure per sole cinque repliche (troppo poche, per «La traviata», che è oltretutto opera perfetta per attrarre i neofiti del genere e farli appassionare alla lirica).

Convincono le scene di Josef Svoboda. Su tutto domina un enorme specchio leggermente inclinato che riflette fondali scenografici stesi sul palcoscenico e che sul finale riflette anche il pubblico, a simboleggiarne il coinvolgimento diretto. «Lo specchio permette un doppio punto di vista sui rapporti tra i personaggi, mette in luce cose nascoste», spiega il regista, che effettua anche un piccolo spostamento in avanti del tempo, dalla metà dell’Ottocento ai primi del Novecento, prendendo come pittura di riferimento quella raffinata e sensuale di Giovanni Boldini. Lo specchio viene assunto a chiave di lettura dell’opera perché sta dentro la storia di «Traviata», rappresentandovi l’attegiamento maschile, voyeuristico, da testimone nascosto di oscenità proibite; spiega ancora Brockhauss (musicista di formazione avviato al teatro da Strehler, con cui a lungo collaborò): «C’è una simbiosi dello spazio psicofisico anche dello spettatore: la doppia vista, orizzontale e verticale, in cui si struttura lo spettacolo, produce un effetto anche di straniamento, quasi brechtiano, chiede sì partecipazione, ma soprattutto riflessione. Lo specchio, incontrovertibilmente e senza scampo, catapulta il pubblico nell’azione, confondendo vittima e colpevole, rendendo tutti responsabili nei confronti di quel mondo di “deboli” di cui anche Violetta fa parte».

Una lettura interessante, anche se, come spesso succede, fa dire a Verdi cose che probabilmente neanche immaginava. Brockhauss parte dal presupposto che il ribaltamento nell’ordine d’apparizione dei temi nel preludio sia significativo e premonitore della tragedia finale: il primo tema che compare è quello su cui si apre l’ultimo atto; si richiama poi la melodia di «Amami, Alfredo», che Violetta intona al termine della prima scena del secondo atto, quando ha già acconsentito a farsi da parte su richiesta del vecchio Germont e solo dopo la musica si fa più leggera e frivola, a rappresentare il “gioir” folleggiante della vita mondana. Tutto vero, ma è anche l’unico ordine possibile, se si vuol scivolare senza inciampi dal preludio alla prima scena; Brockhauss lo legge come una sorta di flashback allusivo alla memoria, specie quella di Alfredo che non ha capito bene quanto gli è accaduto e ripercorre all’indietro tutta la vicenda: così fa esplicitamente Armand Duval, protagonista maschile della «Signora delle camelie» di Dumas, racconto che ispira il libretto e che si sviluppa all’indietro dopo la morte della protagonista femminile, e così Brockhauss fa fare ad Alfredo, che nella prima scena compare da solo al centro della scena con una lettera, presumibilmente di Violetta, in mano. Un Verdi proto-simbolista, dunque, in una lettura estremamente reattiva a quelle naturalistiche alla Visconti.

Opera di Firenze (Piazza Vittorio Gui / Viale Fratelli Rosselli, 7)

Repliche Giovedì 2 aprile, Martedì 7 aprile e Mercoledì 8 aprile ore 20.30; Sabato 4 aprile ore 15.30


Guida all’ascolto nel foyer del teatro 45 minuti prima di ogni spettacolo

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